– EXCURSUS STORICO CULTURALE-La mafia come archetipo della grande madre: aspetto storico-simbolico

– EXCURSUS STORICO CULTURALEL’argomento che ci apprestiamo a trattare ha tutta l’aria di essere piuttosto audace. Esso prefigura che nel sottofondo psicosociale della mafia giochi un ruolo decisivo l’archetipo della Grande Madre mediterranea. Dobbiamo dire che, in questa prospettiva, il titolo di questa conferenza dovrebbe essere rovesciato, nel senso che la matrice della mafia possa affondare le sue radici nell’archetipo della Dea Madre, e non che la mafia sia essa l’archetipo di tale simbolo religioso.
Chiarito questo punto, la questione di una possibile correlazione più o meno profonda tra mafia e il simbolo della Grande Madre di primo acchito ha tutta l’aria di essere piuttosto improbabile.
Ma alcuni elementi che avremo modo di mettere in rilievo nel corso di questa conferenza, consigliano di non abbandonare al suo destino un argomento che si rivela ricco di suggestioni interessanti. Suggestioni che, se non sono sufficienti a dare una qualche certezza, sono tuttavia abbastanza consistenti per elaborare una ipotesi di lavoro che apra spiragli affascinanti sul piano della antropologia storico-culturale di un popolo.
Se dunque decidiamo di considerare la mafia nella prospettiva antropologica di una relazione con l’antico mito della Grande Dea Mediterranea, sorgono gli inevitabili interrogativi se questo mito ha a che fare con la storia della Sicilia e sul come e perché dall’archetipo della “Mater” siano stati generati comportamenti incentrati sul tipico “feeling” mafioso che la nostra sensibilità porta ad iscrivere nella nozione di “crimine”.
Necessita fare il punto, sia pure brevemente, su che cosa oggi si intenda per mafia. La parola mafia ha avuto una grande diffusione e ormai viene utilizzata per parlare di mafia rossa, mafia cinese ecc..
La parola, indubbiamente, presenta una sua comodità d’uso per indicare le organizzazioni criminali dedite al traffico di prodotti e attività illecite.
E’ in questo senso specifico che ha travalicato i confini del dialetto siciliano, entrando a far parte a pieno titolo dapprima del lessico italiano e poi del lessico delle altre lingue europee.
Il vocabolo “maffia e il suo derivato “maffioso” (con doppia f) li troviamo riportati già nel Dizionario dell’Italiano Moderno, di Alfredo Panzini (1). Contrariamente a quello che si potrebbe credere, non lo ritroviamo nella produzione dialettale siciliana se non in produzioni piuttosto recenti. Essa, infatti, appare per la prima volta nel teatro dialettale, come titolo del fosco dramma che fu rappresentato nel 1862 con grande successo: “I mafiosi di la Vicaria”.
Piuttosto ardua si presenta l’impresa di rintracciare l’etimologia della parola mafia e di definire con qualche precisione il suo significato originario.
Il già citato Panzini definisce la parola mafia una “Associazione o consorteria con forte carattere di violenza”, ma anche come termine per indicare l’ostentazione, lo sfoggio d’eleganza e superbia.
Il classico Zingarelli (2) non si discosta sostanzialmente dalla definizione del Panzini, ed indica la derivazione della parola dall’arabo “mahjas”, che vuol dire millanteria.
Di fatto il termine mafia si rivela piuttosto complesso e perfino contraddittorio, indicando, da una parte, piccole associazioni o “cosche” fondate sulla legge dell’omertà, dall’altra un atteggiamento, un modo di sentire che si manifestavano con una spavalda ostentazione di coraggio e di prepotenza. Contiene, forse, anche una venatura derisoria, come a sottolineare la vuotaggine di esibire un potere “non personale”, ma che deriva da un “protettore” oscuro, sia che venga rappresentato da una persona (il mammasantissima, il padrino ecc.) sia un gruppo, una “fratellanza”, una cosca.
In sintesi, per mafia deve intendersi la tendenza a sostituire l’autorità della legge con l’azione e il potere personale fondato sull’insolenza e su una boriosa alterigia.
Gli studi sul fenomeno della mafia tendono a mettere in evidenza che essa è un particolare ” modo di delinquere” tipico della Sicilia.
E’ stato fatto notare (3) che la mafia non è un fenomeno che possa essere interpretato in un’esclusiva prospettiva di povertà e di miseria economiche. Infatti nei primi anni dell’Unità d’Italia l’agro palermitano godeva di buone condizioni economiche. D’altronde, bisogna ricordare che la Sicilia fu, attraverso i millenni, un’area del Mediterraneo molto fertile e ricca
Altri autori danno della mafia un’interpretazione socio-economica che in sostanza la riconduce ai tentativi falliti di ribellione della popolazione contro le vessazioni del cosiddetto governo o stato.
Scrive Colajanni che la mafia nacque e fu mantenuta dalla generale diffidenza contro il governo, dalla sua impotenza e dal malvolere nel rendere giustizia, dalla coscienza profonda che l’esperienza aveva dato agli uomini che la giustizia bisognava farsela da sé e non sperarla dai pubblici poteri. E’ proprio su questa base che s’innestarono tutte le tendenze perverse, tutte le passioni losche, tutte le cause e gli incidenti della delinquenza volgare.
In sostanza, da queste parole del Colajanni, possiamo ricavare il principio che tutte le ribellioni abortite tendono a criminalizzarsi, a chiudersi in un recinto protetto e alla fine si trasformano nel loro contrario (cioè in organizzazioni criminali).
In merito a questa “trasformazione” Hobsbawm (5) fa notare come gli obbiettivi sociali dei movimenti di mafia sono quasi sempre limitati, nel senso che hanno una funzione di implicita congiura a difesa dell’antica maniera di vivere contro la minaccia di leggi sentite come estranee.
In effetti, la mafia, proprio per i suoi obiettivi limitati e di natura difensiva, mira alla regolamentazione dei rapporti sociali esistenti e non aspira ad una loro radicale trasformazione. In sostanza la tendenza mafiosa alla stabilità sociale è inficiata da un’incoerenza organizzativa ed ideologica, per cui la mafia è incapace d’esprimere un apparato di forza fisica che non sia allo stesso tempo uno strumento di criminalità e di privato arricchimento.
La mafia siciliana si pone così come un’organizzazione parallela rispetto a quella statale, a tutela d’interessi economici particolari e contrastanti con l’interesse generale.
Scrive Max Gallo (6): “… la mafia sopprime l’estorsione clandestina per creare un monopolio locale d’estorsione sorvegliata”. Essa si costituisce così come “sistema parallelo”, come “contro – società”, tipica della tradizione siciliana. La sua forza le deriva non solo dall’intimo inserimento nel tessuto sociale e nell’evoluzione economica e politica, ma dalla sua organizzazione e dalla sua coesione. Parecchie cosche (come le foglie di un carciofo) costituiscono una famiglia, e parecchie famiglie costituiscono una “consorteria”, e ogni unità ha un settore ben delimitato e rispetta quello del vicino.
Un rito d’iniziazione lega per sempre alla “mafia” il mafioso, che è tenuto alla legge dell’omertà, manifestazione secolare di resistenza all’ordine ufficiale della legge.
“Essere mafioso vuol dire essere differente nel comportamento, nel vestire e nel linguaggio”.
Gallo fa notare come il linguaggio del mafioso è pieno di simboli, è un codice terroristico che affonda le radici nelle tradizioni agricole mediterranee.
Ci siamo soffermati un poco sulla descrizione che fa Gallo della mafia, perché essa ci dà uno spunto, se non proprio la chiave, per individuare gli elementi storico culturali del possibile collegamento della mafia con l’archetipo della Grande Dea Mediterranea.
Egli afferma che la mafia è un’esaltazione dell’individuo maschio storicamente legato al mondo culturale mediterraneo.
E’ solo uno spunto, ed evidentemente è anche troppo poco, ma sottolinea comunque che il fenomeno mafioso s’identifica con la storia più remota del popolo e del carattere siciliano (7).
Va detto che proprio in questo appartenere al modo di sentire, al feeling siciliano, la mafia si distingue da altre “organizzazioni” più o meno segrete, più o meno costituite per obiettivi non del tutto raccomandabili sul piano della legalità condivisa, come possono essere certe “strutture” industriali o bancarie e politiche (8).
Le interpretazioni socioeconomiche della mafia, tuttavia, non convincono fino in fondo c’è qualcosa nello spirito “mafioso”, che affonda le sue radici in stati d’animo, sentimenti, emozioni, simbologie che, come dire, invischiano l’anima di un popolo in atteggiamenti e comportamenti che non si risolvono mai in uno scatto evolutivo.
Lo spirito mafioso non è una “forma primitiva di ribellione sociale” (9) ma, al contrario, è un feeling collettivo di resistenza al cambiamento evolutivo che può prendere corpo in quella tipica organizzazione che chiamiamo mafia.
Certo lo “spirito mafioso” è un male antico che sembra affondare le sue radici in quell’insieme di qualità e di condizioni proprie del popolo siciliano; fierezza, coraggio, senso della dignità personale, falso punto d’onore, passioni violente, spirito di vendetta, nonché un’insoddisfatta sete di giustizia dei ceti rurali (10).
C’è qualcosa che non convince nello “spirito mafioso”, qualcosa di “non risolto”, di bloccato, di “incatramato”, ci si perdoni l’audace vocabolo, che rende ai nostri occhi, troppo ovvia e banale la spiegazione che vuol ritrovare l’origine di tale “spirito” nelle prevaricazioni del potere costituito.
Dal breve excursus che abbiamo fatto sulle caratteristiche della mafia risulta che essa si costituisce come un sistema “oppositivo” all’ordine costituito che noi chiamiamo Stato, leggi ecc.
Evidentemente nel retroscena della mafia gioca un ruolo fondamentale un fattore “sommerso”, nascosto, cioè un’idea di società fondata su presupposti diversi dalla “legalità” condivisa. Una concezione della società umana che è in contrasto con quella che noi riteniamo la “società civile”.
E’ questo elemento oppositivo, che caratterizza lo “spirito mafioso”, a costituire il vero problema dell’anima ” siciliana”. Ma dove s’annida l’origine di tale frattura?
Noi sappiamo – per merito di Jung – che “l’anima dei popoli” si costituisce attraverso lunghe e laboriose alchimie culturali che non sempre si concludono in prospettive coerenti di evoluzione e di sviluppo sociale.
Sappiamo anche che nell’anima dei popoli resta profondamente sedimentato il passato culturale primigenio e primitivo che non viene mai del tutto cancellato dalle successive e più evolute forme di cultura.
Quando Gallo afferma che lo spirito mafioso affonda le sue radici nell’antica cultura agricola del Mediterraneo ci apre uno spiraglio d’estremo interesse per comprendere lo spirito oppositivo dell’anima siciliana. Detta così l’affermazione di Gallo può sembrare solo un’intuizione interessante, ma noi crediamo che il nodo non risolto dell’anima siciliana sia proprio da rintracciare nel suo remoto passato culturale.
Messa la questione su questo piano, comincia a profilarsi con qualche fondamento il collegamento archetipico tra la Grande Dea e la mafia.
Ma per illuminare questo collegamento dobbiamo risalire al III e al II millennio avanti Cristo della storia dell’Isola.
Un luogo comune vuole che la Sicilia sia stata una dependance della Grecia, anzi dell’Ellade.
Ma prima che i Greci stabilissero le loro colonie sulle coste siciliane, la Sicilia aveva già una lunga storia, in quanto l’isola si trovò al centro di vasti fenomeni di trasmissione culturale dal Mediterraneo orientale verso occidente fino alla penisola iberica (11). La Sicilia, cioè intrattenne legami ininterrotti col Mediterraneo orientale, in particolare con il mondo Egeo anatolico prima e con quello miceneo poi.
Si è ritenuto che la Sicilia si sia trovata tra due civiltà, quella fenicia sulla costa occidentale e quella greca sulle coste orientali. Al contrario, prima dell’apparizione dei Fenici e dei Greci, la Sicilia appartenne in pieno alla civiltà mediterranea che aveva il suo punto di forza nella lontana Mesopotamia e nella più vicina civiltà dell’Egeo cretese-miceneo.
La città di Minoa, ad esempio sulla costa meridionale dell’isola, sarebbe da riportare all’epoca della talassocrazia cretese (12).
La preistoria della Sicilia dunque affonda le sue radici nella cultura “agricola” che proveniva dall’area fatale per la civiltà umana dei due fiumi della Mesopotamia e che si era diffusa in tutto il Mediterraneo occidentale.

Questo fatto storico ci incoraggia a porre il nostro problema nella prospettiva “mediterranea” di cui si è detto.
Ma cosa c’entra, in tale prospettiva, l’archetipo della Grande Dea? C’entra nel senso che tale elemento focale della religione che si irradiava dalla Mesopotamia era la Grande Dea Madre Terra, e questa figura mitica caratterizzava tutta l’area del Mediterraneo.
Nel II vol. della Storia delle religioni di Tacchi Venturi (13), il paragrafo “L’elemento locale della religione della Sicilia antica”, si conclude indicando nei culti pre-greci della Sicilia i seguenti filoni concettuali:
1. Il tipo della “Grande Madre”;
2. Il tipo Palici-Adrano divinità connesse a manifestazioni della natura;
3. Il tipo Dedalo- Ercole: eroi culturali.
Resta difficile sondare la consistenza e le caratteristiche di questi filoni concettuali e religiosi, anche perché la fonte primaria per la storia della Sicilia pre-ellenica è costituita dalla storiografia e dalla documentazione greca.
Si è ormai certi tuttavia che prima della colonizzazione greca del VI sec. A.C. nell’isola erano diffuse esperienze religiose di civiltà molto antiche ed elaborate. (14).
Si tratta di culti apparentemente indigeni introdotti attraverso i contatti col mondo miceneo, come ad es., il culto delle Matéres (le Madri) di Enghyon, dove una tradizione locale attribuiva la fondazione del santuario delle Dee ai cretesi venuti con Minos partito da Cnosso alla ricerca del fuggitivo Dedalo e che a Càmico aveva trovato una morte violenta (15).
E’ bene in ogni modo, fare attenzione a non dare molto credito alla distinzione del carattere “indoeuropeo” da quello cosiddetto mediterraneo, giustificando una antitesi tra sistema patriarcale tipico degli indoeuropei nella Sicania e quello matriarcale attribuito ai mediterranei (16).
Ma a questo punto è necessario rendere esplicito il quadro dei movimenti di popolazione nella Sicania preistorica.
In Omero, infatti, la Sicilia è chiamata Sicania, terra abitata dai sicani.
E’ opportuno partire da questo dato di fatto, che i Sicani erano gli abitanti “autoctoni” della Sicilia del neolitico fino alla fine del II millennio a.C. , (17) e tra essi si era fortemente radicata la tradizione culturale minoico-micenea. Ciò ha portato a ritenere che tra i sicani fosse accreditato il culto di divinità femminili, e in particolare il culto della Grande Madre che in varie forme ritroviamo in tutta l’area del Mediterraneo pre-ellenico.
Intorno al 1200 a.C. scesero dalla parte centro-meridionale della penisola i Siculi, che invasero la parte orientale dell’isola, relegando i Sicani nella sua parte occidentale e alla fine dettero il nome a tutti gli abitanti e a tutta l’isola e si parlò di Siculi e di Sikelìa.
Riteniamo che questo evento sia di grande importanza perché da allora la Sicilia risultò culturalmente poco omogenea, di fatto era divisa in una parte dove si erano “rifugiati” i Sicani e una parte in cui Sicani vennero come assimilati ai Siculi che erano forse portatori di una religione incentrata su divinità maschili-uraniche.
Per il nostro discorso questa prospettiva che si apre sulla preistoria della Sicilia diventa particolarmente illuminante, perché ci incoraggia a ritenere che nel sottofondo dell’anima “sicula” sia rimasta sedimentata la sensibilità di una religiosità agraria centrata sul mito archetipico della Grande Dea della natura: sensibilità che è certamente rimasta più viva nella parte nord-occidentale abitata dai sicani, mentre nella parte orientale si è come sedimentata nel profondo senza però risolversi nella sensibilità “più elevata dei siculi invasori, e, più tardi in quella dei coloni greci del VI sec..
Riteniamo di dover individuare qui, nel non risolto conflitto tra due “anime culturali”, quel blocco o frattura di cui abbiamo parlato a proposito dell’anima siciliana.
Del resto, gli abitanti siculi e greci dovevano sapere qualcosa di questo “conflitto”, se è vero che la tradizione celebrava Ercole – Dedalo come conquistatore della regione di Erice, in quanto l’eroe “miceneo” Dedalo-Ercole aveva saputo far prevalere sulla materna origine umana quella paterna divina. (18)

– IL SIMBOLISMO DELLA SOCIETA’ ENDOGAMICA

Che cosa ha a che fare tutto questo con quello “spirito oppositivo” che porterà al costituirsi della mafia?
Per ipotizzare una risposta a questa domanda, dobbiamo rispondere ad un quesito che ne è la premessa: come mai, cioè, la sensibilità della cultura mediterranea sia rimasta così incistata “nell’anima siciliana” da costituirsi come “spirito oppositivo, di resistenza” di fronte ad ogni evento, di fronte ad ogni processo di cambiamento.
Per comprendere le ragioni di questa resistenza vanno sottolineati almeno tre punti.
1- La “cultura mediterranea” aveva permeato la vita dei sicani per qualche millennio prima della comparsa delle altre “culture”, in primis, quella sicula e quella ellenica;
2- La Sicilia, proprio per essere al centro del Mediterraneo, rappresentava per la sua posizione un’area insieme “isolata” e al tempo stesso troppo frequentata. Vogliamo dire che i Sicani furono sottoposti alla pressione di culture “estranee” per periodi relativamente brevi che non incisero in profondità nella loro millenaria sensibilità “mediterranea”. Dopo i Siculi, arrivarono i Greci e i Cartaginesi, poi i Romani, i Bizantini, gli Arabi, gli Svevi, gli Aragonesi, su su fino ai Borboni, e infine i Piemontesi.
Una terra in sostanza, percorsa in lungo e in largo da popoli che per quanto appartenenti al bacino mediterraneo, erano portatori di una “cultura” differente, come vedremo, da quella “mediterranea”.
I Sicani, in sostanza, non si integrarono mai con queste nuove culture e, come dire, ripiegarono sulla “difensiva”, si “oscurarono” in una omertà, è il caso di usare questa parola, che solo apparentemente manifestava segni ingannevoli di accettazione.
3- La diversa concezione della società e dei rapporti sociali tra la mentalità “mediterranea” incentrata sulla Dea Madre e la mentalità “indoeuropea” incentrata sulla figura del Dio Padre.
E’ necessario però guardarsi dal trarre facili conclusioni sul matriarcato dei Sicani e sul patriarcato dei popoli invasori.
E’ da considerare piuttosto la distinzione tra società endogamica che certamente ruotava intorno al prestigio della Mater circondata dai suoi figli e paredri o assistenti e la società esogamica che, senza negare la forza coesiva della Mater, tuttavia si apriva all’esterno con la figura dell’eroe che fondava la polis, lo Stato, l’ordine delle leggi per superare l’ordine del sangue.
Il contrasto era in sostanza, tra una società bloccata nei rapporti “sacri” del sangue e biologici incapace di ogni ulteriore evoluzione, quale probabilmente era quella dei Sicani, e una società aperta agli sviluppi evolutivi fondata sui rapporti giuridici e che aveva superato i legami di sangue con la cultura.
Bisogna sottolineare che tutti i popoli che si sovrapposero ai Sicani erano portatori di questa concezione esogamica della società.
La “freccia della storia” se così vogliamo chiamarla, sembra prendere il via da una società tribale, tutta chiusa nel reliquario delle sue tradizioni endogamiche (19) per evolversi in concezioni più razionali e dinamiche che si attuano e si sviluppano nell’esogamia della città stato, dell’ordine fondato sulle leggi.
Possiamo dire che questa “freccia” fu scoccata, nell’area del mediterraneo, dalla fusione dei popoli pre-indoeuropei con gli immigrati indoeuropei. Tale fusione trovò il proprio simbolo nella unione del Dio Padre immigrato con la Dea Madre indigena, e la priorità riconosciuta al primo venne a segnare il declino del carattere “femminile”, matriarcale (termini da prendere con tutte le cautele del caso) della società “tribale” centrata sulla Mater. (20) Abbiamo così che l’Olimpo omerico è governato da Zeus ed Era, la coppia monogama, in cui però Zeus è in posizione preminente.
Questa fusione ha nel mondo greco, il suo punto critico di risoluzione nella nascita della tragedia, che è una rappresentazione catartica del conflitto ed una sua elaborazione culturale che libera il popolo greco dal giogo del passato endogamico e lo “apre” agli sviluppi del futuro esogamico.
Abbiamo buone ragioni per ritenere che tra i Sicani non si è avuta questa rivoluzione catartica, ma sia rimasto profondamente immutato il modo di sentire della cultura minoica che aveva alla base del proprio culto l’adorazione di una divinità madre, cui era subordinato un compagno maschio, il paredro, (21) che poteva essere figlio e marito insieme.
Ora, nell’ambito della religiosità agraria tipica della cultura pre-ellenica, l’endogamia veniva “rinforzata” con le “sacre nozze” (22), ovvero incesto endogamico, della dea con il suo paredro.
La parte principale del rito era compiuto dalla dea e il paredro, che godeva di tale privilegio, veniva sacrificato e divorato dagli altri membri della tribù endogamica, con la credenza di potersi impossessare così del suo potere divino che lo aveva fatto preferire tra tutti gli altri dalla dea o che tale potere gli proveniva dall’unione con essa.
Uno dei luoghi comuni più diffusi è che la cosiddetta “società matriarcale” ovvero, per essere più precisi, la società agraria centrata sulla figura della terra come Grande Madre, sia stata una società “mite” pacifica, ecc. Non dovremmo mai dimenticare che la Grande Dea, se da una parte era la Dea della fecondità, era anche la Dea della morte e della distruzione.
I rituali che ruotavano intorno al suo culto erano sempre rituali in cui il sangue e l’uccisione la facevano da padroni, ed erano sempre riti “misteriosi” dove era difficile segnare una linea di confine tra orrore, paura e festa liberatoria.
Nei miti che in qualche modo richiamano la “religiosità” della Mater, c’è sempre una uccisione primordiale che veniva riprodotta, realisticamente o simbolicamente, nei riti di iniziazione: Riti di iniziazione in cui il sangue, l’uccisione “sacra”, avevano la funzione di fondare un nuovo legame biologico ed erano anche gli “strumenti per pilotare”, controllare, regolare il comportamento umano.
L’uccisione, non la legge, era lo strumento che regolava i rapporti “sacri” tra “carnefice” e “vittima”, ovvero i rapporti tra il “potente” e il “sottomesso”.
In breve, vogliamo dire che i rapporti sociali erano di tipo “feudale”, erano rapporti impari tra una “figura” sacra che deteneva il potere del terrore, dell’uccidere e che chiedeva sottomissione ed obbedienza e il “supplice” che invocava di non essere “escluso” (ucciso) dalla comunità endogamica dove gli poteva essere riconosciuta una funzione e la sopravvivenza.
Non dobbiamo mai dimenticare, infine, che nella religiosità che abbiamo definito “mediterranea” le divinità erano teriomorfe, avevano cioè, la forma di animali, e degli animali selvatici, delle belve, e questo fatto rivela in qualche modo che in quella religiosità avevano ancora peso gli istinti, le emozioni primordiali.
Guardando quindi, senza pregiudizi il mondo “mediterraneo” quello che va dalla mesopotamica Tiàmat, la mostruosa madre primordiale uccisa da Màrduk, alla sconcertante Mater di Malta, dal famoso mito di Persefone-Proserpina, ai rituali misteriosi di Dioniso e di Orfeo non abbiamo certo l’impressione di trovarci di fronte ad una “cultura” gioiosa.
Il che fa pensare che anche la società che quella cultura esprimeva avesse un forte contenuto “terrifico”.
Molti elementi sembrano dunque richiamare alla memoria la modalità e i comportamenti di ciò che oggi chiamiamo “mafia”
Crediamo che, al di là di vistosi e crudeli comportamenti esteriori, la mafia sia portatrice di quel modello sociale che definiamo mediterraneo, che, in seguito al romanzo “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa oggi chiamiamo “gattopardesco”, e che affonda in una concezione “statica”, immutabile della società che ritroviamo nei miti mesopotamici. Al riguardo, sarà bene ricordare il mito mesopotamico che è in qualche modo la “matrice” delle varie modalità con cui si è poi espressa la religiosità mediterranea. L’esposizione più celebre, completa e particolareggiata la troviamo nel poema babilonese della Creazione. All’inizio esisteva soltanto un’immensa massa d’Acqua, considerata cime l’interminabile accoppiamento della femmina Tiàmat col maschio Apsu. Da questa massa d’acqua – il Caos – tra gli dei che nascono da questo Caos, nascerà Màrduk, considerato il dio perfetto, il più brillante, l’ineguagliabile.
Egli diventa, come ci viene narrato in seguito, il supremo sovrano degli dei, perché li ha salvati, battendosi eroicamente contro la loro Madre primordiale, l’enorme e mostruosa Tiàmat che voleva annientarli.
Màrduk (l’equivalente dell’Eroe nella mitologia greca) riesce a sopprimerla e diviene il sovrano assoluto del mondo che egli crea, fabbrica e organizza spaccando in due il corpo smisurato della Madre primordiale, con la parte superiore formerà il cielo e con la parte inferiore la terra e la Mesopotamia (23).
Ad illuminarci nel senso di questo mito ci è di aiuto P. Philipson (24) che lo mette a confronto con la mitologia trasmessaci da Esiodo, in cui dall’unione del Caos e Gaia si dispiega un mondo dell’essere in tutta la sua ricchezza e molteplicità.
Dal confronto risulta la comune matrice della teogonia di Esiodo e il Poema della Creazione akkadico-babilonese. Nella prima fase di ambedue i miti si rappresenta una esistenza a-temporale. Ma nel mito greco questa esistenza senza-tempo si esplica in un mondo di fenomeni, forze e norme, cioè in uno sviluppo, in un divenire, mentre nel poema babilonese i due esseri primordiali – Tiàmat e Apsu -restano nella loro esistenza senza sviluppo, senza differenziazione, in una congiunzione immobile, oltre la quale non vi è altra esistenza, non vi è altro inizio né alcun divenire.
Quando poi nel mito babilonese interviene il divenire nelle vesti di una serie di dei tra i quali il più “perfetto” sarà Màrduk, creatore del mondo, il divenire che ne scaturirà sarà odioso per le potenze immutabili di Tiàmat e Apsu che lotteranno contro la propria discendenza, si avrà cioè una lotta tra essere e divenire. (25).
Così, i rapporti tra le potenze dell’essere (Tiàmat-Apsu, Uranos-Kronos) e il mondo del divenire (Màrduk, Zeus) porteranno l’impronta delle profonde differenze tra la visione babilonese e “mediterranea” e quella ellenica.
Abbiamo, cioè, nel primo caso una forte tendenza alla chiusura endogamica, come chiusura ad ogni sviluppo sentito come pericoloso e il rifugiarsi nel “grembo” rassicurante dell’immobilità e dell’immutabilità del ripetersi ciclico della natura, nel secondo caso una apertura esogamica agli imprevisti del divenire e il coraggio di mettersi in gioco in un mondo insicuro” che va continuamente “conquistato” con fatica, intelligenza, sapere ecc.
Se il senso profondo della sensibilità “mediterranea” dei Sicani era dunque “l’immobilità” del terribile mito delle potenze primordiali che divorano la loro stessa creazione, in un ciclo continuo e ossessivo di uccisioni e di rinascite, e se accettiamo l’ipotesi che questa “sensibilità” sia come sprofondata nell’inconscio collettivo pronta a riapparire nelle forme più imprevedibili, di fronte al dilagare della sensibilità “uranica” della società fondata sulle leggi davanti alle quali sono tutti “pari”, comprendiamo anche quel particolare aspetto dello spirito di resistenza che rimanda alla società tribale-endogamica, e per il quale lo stato laico, come prodotto dell’eroe maschio e del superamento della “Mater”, fondato sull’autorità delle leggi e non più sul terrore del sacro, è il vero nemico.
Le analogie con lo spirito “mafioso” vengono così ad essere estremamente plausibili, e la mafia viene così a rivelarsi non tanto come un generico “sistema di potere parallelo” allo Stato, alla Polis, ma come portatrice di un ancestrale modello di società che gli eventi non hanno “scalfito” e che la “mafia” tende a perpetuare nell’ombra della tenebrosa e terribile Tiàmat, nei recessi di un legame biologico sentito come sacro nel doppio aspetto spaventoso e affascinante insieme.
Nella prospettiva di questa primordiale “sensibilità” mediterranea, non avremo più l’eroe costruttore con varie imprese e fatiche, di un ordine esogamico fondato sulle leggi per uscire dalla cooptazione endogamica della “Mater”, ma avremo, come dire, un eroe “a rovescio”, un eroe degradato, il mafioso che si costituirà invece come diffusore dell’ordine endogamico della “Mater” (che non ha nulla a che vedere con il matriarcato alla Bacofen).
Al Termine di questo nostro discorso ci sia permesso fare delle considerazioni un poco pessimistiche.
– La mafia è la dimostrazione del fallimento dello stato laico, della polis, dell’autoritas delle leggi ecc.
– Forse ciò è dovuto più che ad una incapacità dello Stato (in qualsiasi forma lo si voglia intendere) al fatto che in Sicilia non si è avuto quel conflitto che i Greci, per le stesse ragioni dell’incontro con la scultura mediterranea, hanno “risolto” in quel processo di rispecchiamento dei propri comportamenti sociali e del proprio “vissuto” che è la tragedia.
– In Sicilia, cioè, non si è avuta una catarsi rappresentativa del rapporto di violenza che esiste nella società, rapporto che rifluisce nel sacro, o si risolve nelle leggi di Zeus e Apollo.
– In Europa c’è stato un grande momento di catarsi collettiva simile alla tragedia greca, ed è il teatro elisabettiano con la figura centrale di Shakespeare.
– In sostanza, le temibili pulsioni primitive che nella cultura mediterranea si coagulano intorno ad una religiosità fortemente legata allo status biologico del sacro e alle figure mitiche “teriomorfe” (gli dei nelle vesti di tori, leoni, cavalli) ecc.) non si sono disciolte da un percorso culturale che le avesse elaborate in un “gioco estetico”, ma sono rimaste bloccate in una cultura primitiva che gira su se stessa, creando una schizofrenia nell’inconscio collettivo di quel popolo.

BIBLIOGRAFIA

1 – Alfredo Panzini, Dizionario dell’Italiano Moderno, Torino 1935
2 – Nicola Zingarelli, Dizionario della lingua Italiana, Bologna 1970
3 – Enciclopedia Garzanti, voce “Mafia”
4 – Napoleone Colajanni, La Sicilia dai Borboni ai Sabaudi (1860 – 1900), Milano 1951
5 – E.J.Hobsbawm, I ribelli – Forme primitive di rivolta sociale, Torino 1966
6 – Max Gallo, La Mafia, Paris 1972
7 – Enciclopedia Garzanti cit.
8 – Giorgio Bocca, Un mistero d’oro, Repubblica – Il Venerdì del 4/12/1998
9 – Hobsbawmop. cit.
10 – Carl Gustav Jung, Opere di, vol. V
11 – Enciclopedia Treccani, voce “Mafia”
12 – Enciclopedia Garzanti voce “Sicilia”
13 – Pietro Tacchi Venturi, Storia delle Religioni, Vol. II, Torino 1971
14 – AA: VV:, Sikania : Storia e civiltà della Sicilia greca, Milano 1985
15 – Sikania, op. cit.
16 – Sikania, op. cit.
17 – Sikania, op. cit.
18 – Sikania, op. cit.
19 – George Thomson, Eschilo e Atene, Torino 1949
20 – Thomson op. cit.
21 – Thomson, op. cit.
22 – Mario Untersteimer, Le origini della tragedia e del tragico. Dalla preistoria ad Eschilo, Torino 1955
23 – Jean Bottero, Mesopotamia, La scrittura, la mentalità, e gli dei. Torino 1991
24 – Paula Philipson, Origini e forme del mito greco, 1949.

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